Dimenticavo l’antefatto…
Gli articoli che precedono sono stati scritti in risposta agli interventi critici – non originali, per la verità – apparsi su "Il Letimbro", mensile della Diocesi di Savona-Noli.
Gli articoli che precedono sono stati scritti in risposta agli interventi critici – non originali, per la verità – apparsi su "Il Letimbro", mensile della Diocesi di Savona-Noli.
Questo paragrafo è certamente superfluo, nell’economia del presente lavoro, ma non dal punto di vista del lettore medio, che potrebbe aver appreso soltanto ora che il Messale di Paolo VI, in molti punti, non corrisponde affatto alla SC; e neppure agli occhi dei critici, perché non sembri che io misconosca la volontà di Paolo VI e dello stesso Benedetto XVI, negando vigenza, validità o dignità alla "forma ordinaria" della lex orandi nella Chiesa latina di rito romano.
Il prof. Grillo, sulle Vostre colonne, si è mostrato convinto assertore della superiorità del Messale di Paolo VI, enumerando ben sette novità, volute dalla SC, di cui il Messale tridentino è, ovviamente, privo, anzi, "povero". Alla loro articolata disamina vorrei, però, premettere una riflessione su due caratteristiche generali della riforma, quasi venerate dai liturgisti.
E’ orribile il modo in cui mi si altera la formattazione!
La chiesa dei Santi Vittore e Carlo – al cui parroco, padre Marco Priolo, della Fraternità della Santissioma Vergine Maria, è affidata anche la Cappella Universitaria e, quindi, il vasto gregge studentesco – ha urgente bisogno di collaboratori: attualmente, infatti, padre Marco è costretto a sovrintendere di persona a tutte le attività, perfino a quelle di pulizia.
Certamente urge manodopera – la sacrestia sembra un incrocio tra magazzino e cantiere – ma non sono meno necessarie persone in grado di sbrigare anche qualche faccenda amministrativa, perchè le numerose attività parrocchiali, com’è intuitivo, tendono a generare un sovraccarico burocratico tanto più pesante in quanto padre Marco, di recente, è stato nominato anche amministratore parrocchiale della finitima S. Giovanni di Prè.
Insomma, un ottimo Sacerdote si trova sovraccarico di impegni e incombenze che ben poco hanno a che fare con la sua funzione: pensa da sè addirittura ai lavori di cucito!
Come se tutto questo non bastasse, mancano anche i chierichetti: la sola Messa servita è quella di S. Pio V, perchè i bambini del catechismo, che vengono da famiglie sfasciate, non vanno a Messa.
C’è qualche anima pia disposta a dare una mano?
Basta anche un’ora alla settimana, purchè l’impegno sia assicurato.
Come vedete, tutti possono trovare qualcosa da fare: per dirla con il parroco, “Abbiamo la grazia di aver bisogno di tutto!”
Guido
Questo articolo nasce come risposta all’ultimo commento di Lore; risposta doverosa, poichè, in effetti, nell’articolo precedente, non ho illustrato a sufficienza il mio pensiero su questo punto; ossia ho spiegato perchè, secondo me, la PDL sui DICO sia inutile, ma non perchè rimproverassi ai Vescovi gravi errori di comunicazione.
In sintesi: sono convinto che quasi tutti, sentendo i proclami – sacrosanti, ci mancherebbe! – sulla 2sacralità della famiglia”, pensino: “Va bene, la famiglia è sacra, ma qui stiamo parlando di coppie di fatto, quindi di un’altra cosa”.
Cannonate fuori bersaglio, dunque.
La coscienza comune non è ancora tanto ottenebrata da omologare matrimonio e coppie di fatto; anche se, purtroppo, sostiene che, alla fine, “l’importante è volersi bene”, sa che le due scelte sono ben diverse.
Quindi, i Vescovi dovrebbero battere su un pòunto ben più preciso e meno fumoso: natura, ragione e fede richiedono che l’uomo stringa SOLO vincoli eterosessuali indissolubili.
Guido
Parlando di “leggi inutili” alludo, naturalmente, alla proposta di legge sui DICO.
Perchè la definisco inutile? Perchè essa vorrebbe offrire alle coppie di fatto una tutela giuridica su base volontaria. Ebbene, già ora, con un minimo di buona volontà, anche in materia ereditaria si può fare quasi tutto.
Ai conviventi, non meno che ai coniugi, servirebbe, invece, tutela contro due categorie di persone: i bastardi e quelli che pensano di essere eterni. Ossia contro due fenomeni tristemente noti: lo sfruttamento (morale ed) economico, seguito da un calcio nel sedere, e una morte che lascia il/la convivente in braghe di tela.
Quanto al secondo fenomeno, si obietterà che il disegno di legge governativo riconosce al convivente i diritti successori; ma è agevole replicare che esso non dice quanto gli spetti, quindi, di fatto, non regola le ipotesi di concorso del convivente con altri aventi diritto all’eredità. Inoltre, i DICO non si applicherebbero ai casi in cui un convivente è separato, ma non divorziato (magari perchè spera nella pensione di reversibilità del coniuge…).
Sullo sfruttamento, basti dire che, nel 1975, proprio la riforma del diritto di famiglia ha previsto l’impresa familiare (art. 230-bis c.c.) come rimedio contro i casi in cui un imprenditore, dopo aver “cooptato” i familiari nell’impresa, facendoli lavorare senza pagarli, o quasi, perchè “siamo in famiglia”, chiuda o ceda l’impresa, lasciando tutti con un pugno di mosche. Bene, l’art. 230-bis non si applica alle famiglie di fatto: la Cassazione ha negato tale ampliamento di tutela e il ddl Bindi-Pollastrini (nomen omen…) non se ne occupa. Eppure, lo sfruttamento resta tale, anche se non avviene all’interno di un matrimonio.
In conclusione: questo disegno di legge serve soltanto ad offrire un vessillo al movimento omosessuale.
E un contentino agli extracomunitari, dato che le badanti, invece di farsi sposare dal vecchietto di turno, potranno limitarsi ad una dichiarazione all’anagrafe, che chiederà conferma tramite raccomandata che le stesse ritireranno, naturalmente, al posto del vecchietto medesimo e faranno sparire.
Risultato della manfrina: un bel permesso di soggiorno!
E questo è il messaggio che la Chiesa, tra tutti questi proclami sulla Famiglia, non è riuscita a comunicare.
Signori Vescovi, Eminentissimi Cardinali, e anche voi, giornalisti “cattolici”: meno retorica e più informazione.
Guido
Oggi ho fatto, per così dire, gli straordinari, servendo ad una Messa dei Defunti infrasettimanale.
Non è la prima Missa Defunctorum cui partecipo o servo, ma non avevo ancora sentito il “Libera Me” (non siamo attrezzati per l’assoluzione al tumulo).
Forse nessun altro canto, neppure il Dies irae, impone con tanta forza di pensare alla nostra eternità: l’invocazione “Libera me, Domine, de morte aeterna” – se ci pensate – è la cifra stessa della vita cristiana, mentre la meditazione sul Giudizio Universale (Dies irae, dies illa…) non si presta molto a un simile slancio dell’anima.
Così, adesso che il Responsorio mi risuona in testa, sto considerando me stesso sub specie aeternitatis.
Penso alle preoccupazioni di ogni giorno, alle inezie che magari ci distolgono dalle cose davvero importanti (preghiere in primis), alle quisquilie che – chissà come – riescono talvolta a rovinarci la giornata… e mi domando “Ma come ho fatto io stessso a vivere in questo modo? Come se la mia felicità dipendesse da quanto era cotto il pranzo, o dagli ospiti a cena, o da quel libro che dovevo assolutamente leggere…?”.
Poi mi soffermo su progetti e sogni, scoprendo che, contrariamente alle apparenze, neppure qui vi è nulla di durevole. “Vorrei essere”, “vorrei fare”, “mi piacerebbe”; propositi che troppe volte restano sulla carta e, talora, neppure su quella, a tal punto paiono mutevoli. Eppure, quante volte mi sono angustiato perchè il sogno tale o talaltro era irrealizzabile?
E infine, considero le persone, gli amici anche più sicuri.
Qui sì, qui c’è qualcosa che può durare in eterno.
L’Amore è immortale.
L’Amore cristiano è fonte di immortalità.
Ma nessun’amicizia può aspirare a durare per sempre, al di là della molrte, se non è radicata in Cristo.
L’amicizia di due persone che vogliono farsi sante insieme: ecco un sogno che, nel mio cuore, prende sempre più campo. E speriamo che metta radici.
Guido
Ale: non solo è strano, fa anche restar male. Per questo – e per il fatto che non dispongo dell’e-mail di Paulus – esito a fare altri passi per una riammissione. Mi sono già scusato, mi scuso di nuovo, sono disposto a scusarmi mille volte… ma non sono così sicuro che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarmi.
In ogni caso, credo che il Regolamento del forum debba essere modificato: occorrono sanzioni certe, efficaci e proporzionate all’illecito, nonchè irrogate con una procedura che rispetti il diritto di difesa.
Tu te la senti di aprire una discussione in merito?
Potresti sfruttare il sondaggio “Quale forma di governo vorreste dare al forum?”.
Al limite, puoi evitare fulmini linkando questo articolo; perciò chiarisco che qui non si contesta la vigenza delle regole attuali, ma soltanto si riflette circa l’opportunità di qualche modifica.
Lore: carissimo, grazie mille per il sostegno morale. Vedrò di iscrivermi a questo forum non appena avrò recuperato il mio account Forumfree (ecco cosa succede a non usarli mai!).
La tua riflessione sulla Scrittura mi sta ispirando un articolone, ma non credo che riuscirl a pubblicarlo oggi.
Guido
Caro Ale/Romualdus,
posso risponderti solo tramite articolo, dato che non ho una tua e-mail.
Sono stato sorpreso – molto sorpreso – anch’io dal provvedimento adottato.
L’illecito che mi si contesta è aver risposto, a chi mi chiedeva perchè corresse voce che Mons. Calcagno, durante la visita ad limina, avesse ricevuto una bella lavata di capo, in questi termini: “La nostra Diocesi fa schifo”.
In quel momento, scrivevo piuttosto di corsa e non avevo tempo o voglia di specificare che – oltre i soliti abusi liturgici e a parte il malgoverno consueto – lo schifo consiste soprattutto nella presenza di un numero di sacerdoti secolari superiore a quello delle Parrocchie, molte delle quali, però, restano sguarnite perchè la Curia Diocesana fagocita risorse umane in maniera del tutto sproporzionata alle dimensioni della Diocesi e/o alle reali necessità.
Sono il primo a riconoscere che, così com’era, la mia espressione suonava gratuita e denigratoria, tant’è vero che mi sono scusato con lo staff; ma, sinceramente, avrei di gran lunga preferito ricevere un avvertimento preventivo, anzichè un’e-mail che reca in oggetto “Avvertimento”, ma, in realtà, corrisponde al bando. Casi come questo mi sembra che si possano risolvere con un semplice scambio di messaggi, senza bisogno di provvedimenti drastici.
Non mi resta che sperare che l’indicazione “Avvertimento” identifichi un provvedimento temporaneo. Ma, se devo essere sincero, non so quanto sperarci.
Guido
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